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Società Italiana di Psicodramma Analitico

La S.I.Ps.A. ETS si è costituita nel 1981 e promuove la conoscenza, la ricerca e la pratica dello Psicodramma Analitico Freudiano. Dal 2020 é affiliata a I.A.G.P. (International Association for Group Psychoterapy and Group Processes). Dal 1990 è una Associazione Federata C.O.I.R.A.G. e collabora alla sua Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica Individuale e di Gruppo nelle sedi nazionali

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Rivista SIPsA – Lutto

Rivista SIPsA – Lutto

E’ uscito il nuovo numero della Rivista SIPsA “Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico” dal titolo: “Lutto” Presentazione «Sembrerebbe...

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PSICODRAMMA  ANALITICO

Lo Psicodramma Analitico è un dispositivo di cura e di formazione che organizza gruppi di base, gruppi di formazione e gruppi di supervisione. Può essere utilizzato in ambiti istituzionali, del privato sociale e del privato

RIVISTA SIPsA
Quaderni di Psicoanalisi & Psicodramma Analitico

 

Lutto

Anno 17 – N. 1/2 – Dicembre 2027

Presentazione

«Sembrerebbe proprio che il principio di piacere si ponga al servizio della pulsione di morte». Il momento in cui Freud, in Al di là del principio di piacere, nel 1920, afferma che non si può più pensare che la nostra esistenza sia regolata dal principio di piacere, che l’essere umano deve sottostare alla coazione a ripetere che lo spinge a godere all’infinito del suo disagio, fa da spartiacque nella sua teoria.
Bisogna tenere conto del fatto che Freud, nel mese di gennaio dello stesso anno 1920, aveva perso l’amata figlia Sophie, a causa della “spagnola”. In modo del tutto singolare, stando a quanto viene precisato nella Avvertenza editoriale, Freud si era preoccupato di trovare un testimone, il suo amico Eitingon, per testimoniare il fatto che il suo testo fosse stato iniziato ben prima della morte della figlia. Anche in seguito protestò quando furono fatti dal suo biografo Fritz Wittels riferimenti legati alla sua esperienza personale di perdita dolorosa. Tuttavia, se ci affidiamo a queste parole, viene da interrogarsi e immaginare, nonostante i suoi dinieghi e ritrosie, che Freud stesse vivendo un momento inevitabilmente luttuoso, probabilmente unito alle preoccupazioni (anche da noi sperimentate cento anni dopo quel momento) per l’incombente pandemia – che in due anni provocò milioni di morti – e anche della guerra terminata pochissimo tempo prima che aveva visto al fronte due dei suoi figli maschi. Chissà perché Freud aveva tanto pudore del suo dolore luttuoso?!
Egli sapeva che con questa sua nuova opera si apprestava a stravolgere quella che fino a quel momento era stata la sua visione del mondo: un “accadere psichico” oscillante tra principio di piacere e principio di realtà.
Forse per questo prova quasi a giustificarsi dell’ordigno che sta per consegnare ai suoi seguaci «E dobbiamo essere disposti altresì ad abbandonare una strada che abbiamo seguito per un certo periodo se essa, a quanto pare, non porta a nulla di buono» – aggiunge alla fine del suo scritto. Lacan fa tesoro di questa concezione in cui Thanatos sembra sempre avere la meglio. Elabora sempre più questa teoria, arriva a dire parole che trattano la morte quasi come liberazione dalla vita; osserva l’essere umano, attraversato da una faglia beante.
Il lutto, di cui trattiamo in questo numero, ci fa pensare alla morte. Ed infatti, sono indissolubilmente legati, morte e lutto, ma per morte non ci si riferisce esclusivamente alla morte di un altro individuo, piuttosto alle separazioni in tutte le forme possibili. Separazioni che mettono in moto nell’essere umano quelle stesse dinamiche tanto dolorose legate alla disidentificazione e all’abbandono che si vivono quando si perde qualcuno o qualcosa, quando c’è un lasciare una persona, un luogo, un animale tanto amato. La lacerazione è legata all’assenza, anche immaginaria, al vuoto di un altro/Altro che non c’è più e che toglie senso all’esistenza.
Il lutto può essere quel processo che permette all’individuo di tornare alla temporalità. «L’istinto di morte – dice Lacan – esprime essenzialmente il limite della funzione storica del soggetto». Il passato si manifesta rovesciato nella ripetizione. «Questo è il morto che la soggettività prende come compagno nella triade istituita dalla sua mediazione nel conflitto universale tra Philia, l’amore, e Neikos, la discordia.
È attraverso il linguaggio che il bambino nasce e il desiderio si umanizza. Il soggetto può così padroneggiare la sua mancanza ma «innalza il suo desiderio a una potenza seconda». Così è stato per il piccolo Ernest nel suo dire: «Fort – da».
Il soggetto che può esprimersi nella sua funzione storica potrà fare questo lavoro del lutto, fare i conti con quel Reale della mancanza e soprattutto della mancanza ad essere. Solo così il sentimento doloroso, l’affetto terribile del lutto può essere guardato e ridimensionato.
I contributi di questo numero trattano della morte, del lutto, nelle sue molteplici sfaccettature. Ci sembra un doveroso contributo etico che, dal punto di vista del nostro lavoro, dedichiamo a chi sta perdendo tutto, a causa del potere distruttivo di alcuni individui e di talune organizzazioni.
Non volendo entrare nel merito della politica, offriamo queste riflessioni a chi sta perdendo o ha già perso tutti i cari e tutto ciò che gli serviva per vivere. Ci auguriamo che la sua esistenza – che poi è quella di migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini – possa tornare a far vivere, anziché sopravvivere.

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