Fase dello specchio

Per Lacan designa il particolare momento, tra i sei e diciotto mesi, nel quale il bambino riconosce la sua immagine riflessa nello specchio dando forma a un io unitario ma alienato in una immagine speculare. A causa della immaturità psichica, l’infante possiede a quell’età una percezione frammentaria e indifferenziata del proprio corpo. La fase dello specchio permette la costituzione di un’unità immaginaria che anticipa la padronanza del proprio corpo e della relazione con la realtà circostante. Tale processo è possibile attraverso lo sguardo dell’altro adulto, solitamente la madre, che autentica l’assunzione di tale immagine. In questa fase, immaginaria, duale, di confusione tra sé e l’altro, è possibile rinvenire l’ambiguità e l’aggressività strutturale dell’umano.

Nello psicodramma analitico, campo dello sguardo reciproco dei partecipanti e delle identificazioni, il pericolo della saturazione dell’immaginario viene scongiurato tramite la rappresentazione.

Scrivono i Lemoine: “[…] all’incrociarsi degli sguardi dei partecipanti sono presenti terzi. C’è lo sguardo dei terapeuti che rifrange gli sguardi nel loro punto d’incontro in modo da sventare l’incontro. Lo sguardo dei terapeuti, infatti, non è lo sguardo materno che nello stadio dello specchio autentica l’immagine del bambino e la costruisce con amore. Esso guarda altrove e non si lascia fermare da nessuno schermo. Né rinvia alcuna immagine” (Lemoine, Lemoine, 1972, 56).

Bibliografia:
Lacan J. (1937), “Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io”. In: Contri G. B. (a cura di), Scritti vol. I. Einaudi, Torino, 2002.

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