Psicodramma con i bambini

“il miglior regalo che si possa fare da parte di un bambino ad un adulto significativo sembra quello di offrirgli la possibilità di ascoltare e lasciarsi colpire da quello che il bambino reale dice” (Gerbaudo 1988, pag. 84)

La domanda
La richiesta di un intervento terapeutico arriva al terapeuta, quasi sempre, da parte di genitori che portano con loro, non solo difficioltà e preoccupazioni, ma  anche “certezze” sui sintomi e i punti di caduta del bambino, gli aspetti “devianti” su quali intervenire, richieste precise e illusorie pretese di riparazioje. È nell’ iniziale dipanarsi di questo romanzo familiare che è già possibile individuare il “mito” di cui il bambino, insieme ai suoi sintomi, è portatore. È importante quindi la sua presenza, a partire dagli incontri preliminari, per la possbilità che emerga una domanda soggettiva anche se spesso questa domanda viene soffocata dal sapere parentale. (per Elena Croce il punto fondamentale è che i genitori non siano mai incontrati da soli dopo che il bambino ha accettato il iniziare il percorso terapeutico. Croce E. in Gerbaudo 1988). È comunque possibile, in questi incontri preliminari, tramite interazioni, giochi, interventi, dare forma ad una domanda personale che i genitori che devono essere pronti e disponibili ad accettare anche se distante dal focus sintomatico da loro individuato. È necessario che da discorso “chiuso” sulle difficoltà, il sintomo si faccia interrogativo, sintomo analitico che il soggetto possa assumersi come domanda sulla sua posizione nella costruzione familiare. Specifico dello psicodramma con i bambini, è la presenza delle teorie sessuali infantili dei soggetti, ancora ad uno stadio precedente la pubertà e l’adolescneza e quindi alle prese con delle teorie che sono spesso difesa da ciò che rimane innominabile, da un desiderio di sapere che è orrore di sapere ( Gerbaudo, 2002). Ai genitori verrà proposta una consulenza individuale o di grupppo ( con la tecnica del Role-Playing) tenuta da un terapeuta diverso dal quello del bambino, per mantere uno spazio d’ascolto sulle difficiltà legate al rapporto con i figli. Non si tratta di una analisi ma può essere propedeutica ad una domanda di questo tipo.

Il gruppo e il gioco
La regola fondamentale del setting è che ognuno dei partecipanti può parlare di ciò che vuole. L’animatore in base al suo ascolto può decidere di mettere in scena un gioco, un “si fa come se”, quindi un gioco simbolico diverso dal gioco spontaneo. Vengono giocati racconti di eventi reali oppure sogni, non scene fabulate. Spesso l’attività dei partecipanti è attraversata da eccitazione o inibizioni, “… là dove in quell’apparente confusione di racconti e di rumori, di giochi spontanei e di agiti che i partecipanti offrono all’ascolto e allo sguardo, il gioco psicodrammatico raccoglie ciò che «parla» in queste comunicazioni. Non si tratta di «far esprimere» i bambini, né di veciolarli su di un piano di apprendimento emotivo, ma di permettere loro un luogo in cui la parola è ascoltata in tutta la sua pregnanza. Perciò la direzione della cura non si svolge su di un piano pedagogico o relazionale, ma nella possibilità di un passaggio da un gioco ripetitivo ad un gioco in cui il bambino scopre di avere un discorso proprio”. ( Gerbaudo 1988, pag. 13) L’entrata in un gruppo è un momento molto delicato, il bambino può avvertire di aver esaurito il “mandato” genitoriale e di trovarsi dinanzi alla possibilità di aprirsi ad una domanda soggettiva; è possibile in questo passaggio il verificarsi di “acting out” come messa in discussione delle regole del setting^(1). ” Il rifiuto dell’inversione di ruolo, gli acting out conseguenti servono a negare quella funzione simbolica per richiamare lo psicodrammatista ad una funzione ortopedica di completamento […] è in questo punto che si oscilla, da una situazione immaginaria, fusiva e onnipotente, in cui regnano sovrane le regole, intese come regolamenti, e una situazione in cui è possbile l’accesso simbolico ad una legge che permetta la differenziazione e il godimento”. ( Gerbaudo 1988, pag. 70-71)

“In questo caos apparente, dove viene costantemente attaccata la regola del dire, c’è sempre qualcuno o qualcosa che non è completamente assonante con gli altri, che pur partecipando alla sommossa, mette in luce una difficoltà, crea un impasse a questo agire comune. Ed è su questo che puntiamo, con grande prudenza e tolleranza, ma con decisione, per disfare lentamente l’illusione di questo miraggio ” (Gerbauod 2002, pag. 178)

Al momento della messa in scena quindi il gruppo si divide tra coloro che coloro che “giocano” ed i restanti “osservatori” che non possono interrompere il gioco ma che hanno la possibilità di doppiare. La presenza di altri partecipanti al gruppo, nello scarto tra il copione e l’effettiva rappresentazione,  permette al soggetto di ricostruire il suo rapporto con il mondo esterno, con il discorso dell’ Altro. La ri-presentazione dei racconti sotto forma di gioco deve permettere l’emersione di “ciò di cui il bambino manca, desidera, ma che lo costuisce come soggetto separato” (Gerbaudo 1988, pag. 15), lo scarto tra il desiderio proprio e quello dei suoi genitori.

Il gruppo è formato da tre a sei bambini in una età varibiabile che però non superi i tre anni di distanza tra i diversi partecipanti. Gli incontri sono settimanali o bisettimanali e avvengono sempre nello stesso luogo e nello stesso orario. Nel caso di psicodramma individuale la coppia dei terapeuti è accompagnata da un gruppo di Io Ausiliari che possono essere scelti per giocare nelle rappresentazioni. In caso di bambini molto piccoli “è difficile pensare ad un gioco psicodrammatico vero e proprio e si tratta di attrezzarsi invece a far e un uso analitico del gioco che il gruppo inventa e costruisce stando insieme […] è una finzione che rappresenta cose importanti che andranno capite e bisogna fare in modo che attraverso il gioco questo possa avvenire ” ( Miglietta a 1997, pag. 4).  È possibile anche la presenza di oggetti di gioco come marionette o burattini. La stanza prevede, oltre alle sedie messe in cerchio, un tavolo con fogli e colori per poter disegnare. La possibilità di giocare una scena rappresentata in un disegno, gli eventuali effetti dinamici e did discorso che possono scaturirne, va prudentemente valutata dall’animatore ( l’elemento più problematico è rappresentato dallo sguardo dell’analista: alcuni bambini […] fanno vedere i propri disegni per essere guardati e forse anche per far godere l’analista in questo sguardo che totalizza e cattura nell’illusione di non dover affrontare il problema della domanda che espone al rischio e può far emergenere una mancanza -Gerbaudo 1988, pag. 41).

All’interno del gruppo di psicodramma il bambino è alle prese con la domanda “che cosa vuole l’Altro da me?” in un contesto però dissimile dalla sua realtà quotidiana e conosciuta. Si apre quindi la possibilità di una nuova esplorazione del desiderio dell’Altro favorito anche dal posizionamento dei terapeuti che non si offrono e non rispondono come Altro del bambino, non occupano un posto ideale. In questo posto lasciato vuoto è possibile l’emersione di significanti nuovi che interroghino il desiderio dell’Altro. (Gerbaudo, 2014). D’altra parte questa dimensione sconosciuta, né casa, né scuola,  né altro luogo “familiare” farà sorgere reazioni difensive di attacco al setting nella forma di caos, rumore, eccitazione e angoscia, il proliferare per la stanza di fantasmi, lupi, vampiri, mostri poliformi. Queste circostanze non devono allarmare né mettere in moto le componenti pedagogiche degli analisti; nell’ impraticabilità di aderire alle regole fondamentali del setting è possibile anche concludere la seduta.  “Voglio dire che mi sembra che nello psicodramma sia possibile arrivare al fatto che il bambino possa formualre la domanda «Che cosa vuole l’ Altro da me?» […] lo psicodramma rappresenta l’attraversamento degli Ideali e l’emergenza di un oggetto, non più soltanto appannaggio dell’Altro […] l’esperienza di gruppo lo avvicina ( il bambino) maggiormente come soggetto al suo rapporto con il godimento, creando, nel migliore dei casi, un apparato simbolico che crea un legame sociale, basato sull’etica del dire bene. Il che equivale a un contatto con il proprio desiderio e incide molte volte sul discorso parentale”. (Gerbaudo 2014, pag. 17-18)

Osservazione e conduzione
Il conduttore, garante delle cornice, del clima e delle regole del setting, ha il compito di creare insieme a al gruppo di bambini la lingua comune che organzzi la funzione analitica del percorso. Inizilamente però dovrà farsi carico del caos primigenio che caratterizza le fasi inziali del gruppo; come già scritto, si tratta di resistenze ad un ambito sconoscito e non “familiare”, dove trovano spazio eccitazione, angoscia, destrutturazione, scariche motorie e scontri fisici, distruzione del materiale del setting e urla, ” sono queste le condizioni di malessere e di dubbio che occorre tollerare in attesa che formino derivati narrativi o iconici che aggregano gli elementi sparsi dotandoli di narrabilità o di giocabilità. Il conduttore che si confronta con il caos deve saper lavorare con quanto accade e mentre accade, la sua funzione è volta a sostenere il movimento del gruppo senza deciderne i modi, temi, e sequenze che saranno conmunque imprevedibili” ( Miglietta b, 1997, pag 16). Si tratta di far appello alla possibilità di far emergere le componenti creative derivate dal tumulto iniziale. “I conduttori dovranno quindi sviluppare la loro propensione a muoversi nelle aree potenziali dell’esperienza mentale e cinetica, partecipando alla creazione del campo ludico del gruppo […] il conduttore interviene nella zona dello sviluppo potenziale e ne promuove le trasformazioni, sarà quindi importante la sua capacità di attivare e partecipare alla creazione di un campo che offra al gruppo un dispositivo dove la tacita intesa del gioco tra realtà e fantasia trovi uno spazio di condivisione multipla” ( Miglietta b 1997, pag. 19)

Per l’osservatore all’ interno dello psicodramma con i bambini è importante avevre a mente l’uso del linguaggio, la consapevolezza della dimensione di potere, o meglio di “differenza qualitativa del potere della parola tra adulti e bambini” (Croce in Gerbaudo 1988, pag. 120) che si assume in quella posizione, evitando però, allo stesso tempo, di scivolare in un “infatilismo” della parola. ” Ci sembra assai più pernicioso e più sterile lasciarsi invischiare dalla tentazione di cercare di fare osservazioni belle, ben costruite, esaurienti, sottolineando con intelligente «voluttà» le parole chiave più suggestive e valorizzando i nessi logici collegati ad i più sofisticati mathémi, o peggio, cadere nella trappola dell’identificazione ai diversi protagonisti, precipitandosi a rispondere ai bisogni che essi gettano con violenza magari involontaria, nello spazio analitico, e che possono anche essere assai traumatici per il terapeuta stesso”. ( Croce in Gerbaudo 1988, pag. 124)

Il desiderio  e la formazione dell’analista
..tutto dipende dal desiderio del terapeuta, unicamente; e se egli piace occuparsi soltanto di bambini, deve sapere lui il perchè. Non c’è una formazione speciale; solo si interroga il desiderio del terapeuta, il quale si svela nel controllo (supervisione), che facciamo nel gruppo di terzo livello. Non si possono fare i gruppi di bambini senza un controllo di gruppo, dove si giocano le scene  del terapeuta e si analizza il proprio desiderio. Ma non facciamo gruppi di controllo speciali per i psicodrammatisti di bambini”( Lemoine G. In Gerbaudo (b) 1988, pag.43)

Riportiamo in bibliografia una esperienza liminare narrata da Marie-Noelle Gaudé e da così lei descritta:  “Questo gruppo con le marionette si svolge in un CMP parigino, cioè in un consultorio pubblico. È animato da una logopedista e da me, una tirocinante partecipa alle sedute. È definito un gruppo di espressione e presentato così ai genitori […] È destinato a bambini piccoli (5 – 6 anni) che presentano disturbi importantissimi dellinguaggio […] Il dispositivo proposto si riferisce allo psicodramma freudiano dal quale prende elementi essenziali, ma se ne distingue, ovviamente, perché utilizza una mediazione –le marionette- e ha un oggetto –il linguaggio. Il suo scopo non è direttamente terapeutico”. (Gaudé M.N., 2016, pag. 32)

Note

(1) Proto R., «Percorso» e discorso: «agire» e parola nel caso di un bambino gravemente inibito, in Acting out e gioco in psicodramma analitico, E. Croce ( a cura di), 1985.

Bibliografia
Aavv., Areanalisi, la clinica dei gruppi tra infanzia e adolescenza.  n.20/21, anno XI, aprilee/ottobre 1997, edizioni dell’Orso.
Croce E.B. (a cura di), Acting out e gioco in psicodramma analitico, Borla, 1985.
Gerbaudo R. (a), Lo psicodramma analitico con i bambini, Armando editore, 1988.
Gerbaudo R (b)., Lo psicodramma di bambini: i paradossi della formazione, in Areanalisi, la formazione, anno II, n.2. Aprile 1988, Centro scientifico torinese.
Gerbaudo R., il bambino reale, psicodramma analitico e istituzioni della cura infantile, FrancoAngeli, 2002.
Gerbaudo R., Gruppo e gioco, lo psicodramma analitico nella clinica e nella formazione, Biblioteca dell’ Ippogrifo, 2014.
Giorgetti G., Famiglie senza padri. Una famiglia monoparentale. Il disturbo della sfera emozionale di un bambino in gruppo di psicodramma, in Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico, n1-2, anno V, dicembre 2013.
Gaudé M.N.,  Costruire il proprio romanzo familiare nell’ambito di un gruppo con le marionette, in Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico, n. 1, anno 8, dicembre 2016.
Miglietta D.,(a) La formazione dei conduttori: i gruppi in età prescolare, in Areanalisi n.20/21, anno XI, aprilee/ottobre 1997.
(b) La formazione dei conduttori: dal caos al gioco alla parola,  in Areanalisi n.20/21, anno XI, aprilee/ottobre 1997
Milano P., Silvestro M., Il viaggio di Alice, in Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico, n. 1-2, anno IV, dicembre 2012.

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