Rappresentazione

“Lo psicodramma è una rappresentazione. Vi si rappresentano come a teatro scene immaginate sia perché già avvenute e rivissute, sia future o proiettive […] nei limiti del possibile cerchiamo di evitare le scene propriamente proiettive, quelle cioè che chiamiamo fabulate in quanto non hanno mai avuto luogo ma vengono solo immaginate per puro godimento […] i sogni sono considerati scene vissute (e non fabulate) e possono venir rappresentati” (Lemoine 1972, pp. 10-11).

Nello psicodramma analitico è presente una parte parlata dove la parola è lasciata alla libera discussione, compito dell’animatore è punteggiare la seduta attraverso il gioco che metta in scena il tema emerso dalla seduta.

“Suo compito (del terapeuta) è “punteggiare” questo discorso (l’espressione è di Lacan) seguendo un orientamento completamente diverso dal senso che al discorso dà il soggetto stesso, e che va nel senso (sia detto senza voler fare giochi di parole) della sua storia. 

Nello psicodramma, il primo segno di punteggiatura, sottolineato dal terapeuta, compare quando il racconto diventa rappresentazione drammatica” (Lemoine 1972, p. 19).
Nonostante sia presente una parte parlata lo psicodramma non si occupa di dinamiche o analisi gruppali.

La rappresentazione è una evocazione immaginaria, non è importante che sia esattamente aderente all’evento come storicamente si è svolto. Il soggetto invitato a rappresentare il suo ricordo sceglie come protagonisti della scena gli altri membri del gruppo motivando in base a quale elemento compia tale scelta (trattandosi di un piano immaginario non è  necessario mantenere l’aderenza a sesso, età ecc.); affinchè sia mantenuto questo piano di “ come se”  nel gioco non è presente nessun accessorio e i partecipanti al gioco non possono toccarsi, è sufficiente il gesto (è possibile utilizzare delle sedie nella funzione di letto, poltrona, auto ecc.).  

“[…] Nello psicodramma si interpreta una rappresentazione immaginaria, ma non qualsivoglia rappresentazione. Si evocano dei personaggi, ma non personaggi qualsiasi. La scena immaginata è sempre la riproduzione di una scena vissuta nel passato, passato lontano o recente, e i personaggi scelti non sono altro che rappresentanti di personaggi reali: padre, madre, fratello, collega, marito, ecc. che sono relamente vissuti e che vengono evocati. Non ci si sbaglia sulla persona o sulle persone. I membri del gruppo si prestano al gioco, ma per loro tramite, l’attore principale si rivolge alla sua vera madre, al suo vero amamnte. Sono dunque sostituti provvisori investiti del desiderio inconscio. Sono stati scelti in funzione di sentimenti reali che ispirano, fiducia o diffidenza, paura o simpatia. Ma questo reale permette solo il transfert da una persona al suo sostituto. Affinché lo psicodramma sia terapeutico (come l’analisi, del resto) bisogna che il sostituto rimanga tale e non prenda il posto di una persona reale” (Lemoine 1972, pp. 29-30).

La rappresentazione mette in evidenza quanto per il soggetto l’oggetto del transfert sia un supporto a un suo bisogno e non una persona reale; lo psicodramma permette l’emersione di nuovi significanti, libera il soggetto dalla incessante domanda sottesa ad ogni suo discorso (domanda di cibo, di potenza, di madre, di padre, di bambino..), domanda sempre delusa che viene riportata nel gruppo; nella messa in circolo del proprio discorso, nella rappresentazione il soggetto perde qualcosa in termini di soddisfacimento e ne guadagna a livello simbolico dell’incontro.

“Nella rappresentazione l’affetto segue il proprio destino: è lo sgorgare della sensazione che lo accompagna crea l’avvenimento con cui il soggetto si trova nuovamente a confronto. L’avvenimento del gioco deve senza dubbio molto all’immaginario […] al simbolico […] ma ancor più deve al reale, perché l’affetto è vissuto come attuale a causa delle sensazioni che lo accompagnano […] in ogni caso l’emergere dell’affetto segna l’abolizione della rimozione. Così, quando un partecipante, che ignora tutto della metapsicologia, considera un fallimento una rappresentazione durante la quale non ha provato nulla, ha senz’altro ragione di mettere in dubbio l’efficacia del terapeuta e di dirgli che non è avvenuto nulla[…] che sia spostato, legato, differito o provocato, l’esito dell’affetto è indice di uno svelarsi dell’inconscio e di una scoperta della sua verità da parte del paziente […] ma l’affetto trasforma anche completamente l’esperienza originale: ne fa un avvenimento nuovo-nuovo per essere non vissuto ma rappresentato, cioè ricominciato ed analizzato. 

Così molto spesso si giunge ad un lutto […] che dire allora della tecnica di Moreno, di provocare l’acme drammatico?[…] la verità, cioè un discorso, e non l’affetto produce il lutto […] è inutile volerlo amplificare a scapito della sua rappresentazione, volerlo privilegiare senza abolire contemporaneamente la rimozione collegata alle tracce mnestiche e alle immagini che lo accompagnano […] sono i significanti che debbono ritornare, l’affetto si produrrà in sovrappiù […] quando il gioco è efficace, cioè quando mette in moto un discorso che si era irrigidito, allora vengono provate queste sensazioni […] l’esperienza di gioco mostra che un altro reale può accadere, a condizione che, grazie al transfert, l’affetto lo investa a sufficienza per dargli una nuova direzione e un nuovo destino”  (Lemoine 1980 pp. 91-96).

La funzione di rappresentazione, costituita come leva dalla conduzione della seduta -nella parola di ciascuno, poi nel discorso intersoggettivo, infine con il gioco- pone il soggetto nella condizione di dover affrontare lo stato di suoi rapporti con l’Altro attraverso le rapprentazioni del legame sociale che forma la sua realtà ‘esteriore’ attuale. Tuttavia il soggetto non è solo e trova, nel gruppo dei partecipanti presenti, l’appoggio di alcuni, perchè la funzione di rappresentazione, esercitata in maniera piena, mette in moto una logica collettiva all’interno stesso del piccolo gruppo logico, a cui temporalità inserisce ciascun partecipante che vi si arrischia in una pratica di cosalità attraverso la parola” (Gaudè 2015, pag. XI).

Gaudè sottolinea e differenzia la rappresentazione, che va intesa anche come effetto di parola e di discorso, dal gioco inteso come messa a lavoro della rappresentazione finalizzato all’emersione del desiderio del soggetto.
Gaudè definisce lo psicodramma come un apparato per rappresentare
“Usiamo dunque il dispositivo come un apparato per rappresentare […] la nostra pratica fabbrica rappresentazioni, le fa avvenire là dove non ce n’erano […] in effetti, dando la parola ad uno e poi ad un altro partecipante, non facciamo che chiedere ad ognuno la sua propria rappresentazione, mettendo attivamente a loro disposizione i mezzi dell’apparato per rappresentare di cui assicuriamo l’uso […] il nostro uso del dispositivo tende ad una messa in atto della realtà di una rappresentazione […] miriamo quindi alla realtà di una rapresentazione, ed essa non può che esistere nella sua messa in atto che include la parte non rappresentabile. Sono due versanti di un medesimo reale […] l’oggetto non è rappresentabile ma fiancheggia e sostiene ciò che aspira allo status di rappresentazione, gli dà consistenza e gli presta l’intermittenza del suo bagliore; oggetto che è anche pezzo di reale della rappresentazione soggettiva […] non basta che il partecipante sia rappresentato, ma è necessario che lo sia come soggetto, cioè che i suoi rappresentanti lo portino di fronte agli altri, sia nella circolazione del discorso dei presenti sia nella rappresentazione del gioco, poiché in ogni modo la nostra pratica apre questo circuito doppio alla funzione di  rappresentazione […] soltanto con i ricorrere di certi rappresentanti […] il gioco può porre il partecipante nella posizione di un soggetto che guarda ciò che può ben rappresentarlo agli occhi dell’ Altro nel’episodio vissuto che mette in gioco”  (Gaudé 1998, pp. 77-79).

Rappresentazione e psicosi
È necessario sottolineare particolari indicazioni nel caso di pazienti psicotici (vedi anche psicodramma individuale); tali soggetti infatti non avendo accesso alla castrazione simbolica non possono far esperienza della riproposizione di una percezione fatta in assenza dell’oggetto. “Nel gioco del rocchetto, primo esempio di rappresentazione che il bambino fa della mamma assente è come se lo psicotico non potesse compiere il passo della simbolizzazione: per il lui il rocchetto non rappresenta la mamma, è la mamma” (Falavolti 1989 pag. 162).

Nella psicosi il delirio può essere assimilato ad una rappresentazione granitica che riempie il buco della perdita originale, lo tappa in modo rigido, fisso e immobile; la terapia può avere la funzione di intaccare la rigidità di tale rappresentazione, legandola al contesto di vita del soggetto e a partire da questa iniziare a costruire una narrazione soggettiva non delirante. Il gioco nello psicodramma analitico (a cui si giunge comunque dopo un lungo lavoro di contenimento) può contribuire a incrinare la costruzione immaginaria che soffoca e isola il paziente dalla realtà. Infatti il gioco, reversibile e mai uguale a se stesso, produce sempre uno scarto con la narrazione, introducendo nel paziente la possibilità della relatività delle cose e delle idee. Tutto questo attraverso i doppiaggi degli Io ausiliari, mai esattamenti aderenti alle parti assegnate, alla funzione di contenimento e agli interventi dell’animatore, alla possibilità di diluire il transfert verso il terapeuta nei transfert laterali e alla possibilità di introdurre la differenza tra il grande Altro e l’altro del quotidiano (Falavolti, 1989).

“Nella misura in cui la distanza tra la narrazione e la rappresentazione raddoppia la divisione soggettiva, il gioco può facilitare una certa apertura. D’altra parte, la necessità di un simile per personificare l’altro della scena, può permetteree l’introduzione di questi come interlocutore, mentre partecipa a questo gioco che, chiuso all’inizio, si proietta nello scenario psicodrammatico” (Polanuer, 1989 p. 134).

Polaneur indica due possibili esiti del lavoro di psicodramma con i pazienti psicotici, un lavoro di iscrizione soggettiva che parte dalla scena rappresentata, dipendenti non dal dispositivo in sé ma dalle caratteristiche del soggetto. 

Per alcuni soggetti la messa in scena permette di delimitare la produzione allucinatoria e il godimento correlato e di accedere all’incontro con l’altro nel contenimento dello sguardo degli altri partecipanti al gruppo. In altri casi è invece l’altro, privo di mancanze e di difetti, che viene intaccato, che rivela la sua natura di soggetto diviso determinando un riaggiustamendo della posizione nel discorso del paziente.

Pietrasanta affronta la questione della dimensione allucinatoria e della sua possibile rappresentabilità nello psicodramma; quali domande, tecniche e teoriche, pone all”utilizzo del dispositivo psicodrammatico il racconto allucinatorio? “Trascurare una narrazione densa di emozioni significa spesso non entrare in sintonia con l’atmosfera del gruppo, ma accedere direttamente all’allucinatorio rischia di trasformare i frammenti percettivi in una visione che assume il carattere di entità autonoma, premessa di una vera e propria allucinazione […]  il gruppo di psicodramma si può costituire come un contenitore di elementi frammentati e la messa in scena nel gioco, come l’attività di reverie individuale, può divenire il punto di partenza di una nuova combinatoria di pensiero” (Pietrasanta 2015, pp.49-50).

Il contenitore del gruppo, accogliendo e rappresentando la produzione allucinatoria come un sogno, permette la trasformazione di frammenti grezzi emotivi in formazioni di pensiero; la messa in scena, come interpretazione insatura, avvia lo svolgersi della catena significante e di una possibile narrazione. In tale contesto assume una importnza particolare la presenza dell’Io ausiliare “di ruolo” come figura terza oltre al conduttore e all’osservatore, come consolidamento della possibilità contenitiva del gruppo e come elemento di diliuizione del transfert psicotico sul terapeuta.

Bibliografia
Aavv. (1989), Areaanalisi. Narrazione e Rappresentazione parte I, anno III, n.4.
Aavv. (1989), Areaanalisi. Narrazione e Rappresentazione parte II, anno III, n.5.
Aavv (2015), Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico. Sulla rappresentazione, anno 7 n.1-2
De Angelis M., Picinotti S. 2015 “La Rappresentazione come evento possibile: l’assistenza dello Psicodramma Analitico in una Comunità che chiude”, in: Quaderni di Psicoanalisi & Psicodramma Analitico, n.1-2 ott. 2015
Falavolti S., (1989), Dalla icona alla storia. Areaanalisi. Narrazione e Rappresentazione, parte I, anno III, n.4.
Palanuer M., (1989), La scena, un’entrata nel discorso. Areaanalisi. Narrazione e Rappresentazione parte I, anno III, n.4.
Pietrasanta M., (2015), Dimensione allucinatoria e rappresentazione, Quaderni di psicoanalisi e psicodramma analitico, sulla rappresentazione, anno 7, n.1-2.

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