ARTICOLO – “Parole-passages. Incontri di scrittura in zona rossa”

“Parole-passages. Incontri di scrittura in zona rossa” di Daniela Lo Tenero e Daniela Mallardi

Se esiste un territorio di incontro libero da virus è sicuramente la terra della scrittura.
Questo dialogo nasce dalla voglia di riflettere in between, nel bel mezzo dell’emergenza, e non ex post.
Fisicamente distanti ma emotivamente ingorgati, con tutti i limiti che la scrittura in immersione comporta, privi forse della lucidità che permette di riflettere sugli eventi, di tracciare le linee di arrivare a conclusioni.
Non storiografe ma testimoni.
Abbiamo deciso di riflettere da ‘sommerse’ e da non ancora ‘salvate’, perché crediamo che la scrittura sia uno dei pochi mezzi a nostra disposizione per salvarci, il codino del barone di Munchhausen che ciascuna offre all’altra.

Della parola, più di tutto, sento la mancanza.
Non dell’abbraccio o della libertà di cammino.
Della parola che apre il varco, scosta le tende tra passato e presente. Brezza leggera che solleva.
Il lessico di questa quarantena è lessico numerico e statistico, operazione aritmetica che non lascia spazio al resto, agli amabili resti umani.
Delle parole sento la mancanza perché esse letteralmente “mi mancano”, non si fanno trovare non si fanno incontrare.
Allora anche nello spazio terapeutico, virtuale e mentale, fatico a trovare una parola che possa essere aperta.
La coppia analitica rimane incagliata in una parola didascalica e descrittiva che non nomina e non permette l’associazione, il varco non si apre e quella che doveva essere una porta torna ad essere parete, muro senza taglio dove la stanza si fa prigione. Tempo, trauma e parola legati insieme dalla caduta imprevista del significante, come i tre momenti di un movimento fermo: così la talking cure trova spuntate le sue armi.
Ascolto racconti quotidiani di chi, a dispetto della retorica del “godi il tempo presente”, non riesce più a scrivere, disegnare, leggere o più generalmente creare. Perché?
Non sono un’appassionata di statistica eppure ho trovato molto interessanti alcuni articoli di Felicia Pelagalli pubblicati su Nòva 24 ore (1) .
Si tratta di un lavoro sulle parole che usa strumenti e metodi diversi dal lavoro analitico -i metodi del lavoro statistico- ma che forse intrecciato con questo evidenzia dei significati.
In poco più di 2 settimane in Italia più di 2 milioni di twitt sono stati prodotti intorno al coronavirus.
Di questo si scrive e su questo ruota il linguaggio.
“La mappa dei contenuti evidenzia 4 principali aree tematiche: contagio, gestione dell’emergenza, chiusura delle scuole, news dal mondo” E poi verbi come capire, parlare chiedere. “Le conversazioni – scrive ancora
Felicia Pelagalli – risultano trainate da una parte dall’angoscia individuale del contagio (l’enumerare con ansia i nuovi casi) e dall’altra dalle ricadute, economiche e sociali, sulla collettività”.
Sono forse anche queste le parole che troviamo nelle nostre sedute virtuali? E se sì di quale inconscio raccontano, di un inconscio troppo conscio?
C’è bisogno di smontare per liberare dalle ostruzioni, come quando si svita il filtro del rubinetto per togliere i residui di calcare a l’acqua poi ricomincia a scorrere.
Forse non è un caso che l’immagine emersa sia quella di un’occlusione in piena sintonia con la definizione umoristica -come scrive Freud stesso- che Anna O. dà della talking cure: chimney-sweeping, spazzare il camino (Freud S. 1892-95) (2) .
Sento un inconscio ostruito, irrigidito, calcificato. Sento un tappo che non mi permette il movimento all’interno di me stessa e nella relazione.
E’ vitale trovare il modo di spazzare i comignoli intasati di numeri, bilanci, regole e divieti per lasciare uscire il fumo e riaccendere il camino.
C’è un altro modo per raccontare tutto ciò?
Penso allora a un tour fatto a Parigi qualche anno fa, uno dei pochi che mi sono concessa vista la mia avversione per le visite guidate.
Sono stata a Parigi molte volte e pensavo di conoscerla un po’, avevo visto sì i famosi passages, quelle eleganti gallerie coperte di inizio secolo con soffitti in vetro e decorazioni art déco. Ma nel mio procedere senza guida, da turista inesperta, aveva fatto dei passeges un‘esperienza “seriale” in cui ciascuno si faceva percorrere come una realtà a sé.
Mi era del tutto sfuggito il vero senso di queste strade coperte: luoghi che permettono un tragitto diverso.
Corridoi di connessione intrecciati in maniera ingegnosa che rivelano un altro disegno urbano e permettono un’esperienza completamente diversa della città.
Conoscendo gli snodi e gli incroci si può sbucare da un punto all’altro come da un’immersione si prende aria. Allora due luoghi vicini possono diventare improvvisamente lontani e allo stesso modo ciò che è prossimo può essere raggiunto solo dopo un tortuoso percorso. Credo che i passages abbiano più a che fare con il tempo che con lo spazio, meglio credo che essi attraverso lo spazio mettano in contatto tempi diversi.
Di una parola passage sento forse la mancanza, che mi permetta uno snodo tra emergenza e presente, tra passato e futuro. “Attraversare il già stato con l’intensità di un sogno per esperire il presente come il mondo della veglia al quale il sogno si riferisce” (Benjamin W. p. 508) (3) .

“Ho così tanto da dire,
così tante storie, immagini, proverbi, ecc.
Ma le parole non ce la fanno,
mi baciano quelle sbagliate.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali dello scricciolo.
Provo comunque a prendermene cura
e ad essere gentile.
Uova e parole vanno maneggiate con cura.
Una volta rotte non si possono
riparare”

(ANNE SEXTON, Le parole, 1975, opera postuma) (4)

C’è come stato un tempo spezzato all’interno di questa pandemia che pare un continuum dal quale si fa fatica ad uscire ed anche a pensare. Il segno tra prima e dopo è stato sancito verso fine febbraio ed inizio marzo in cui si sono incominciate a disporre le prime misure di contenimento del contagio da Covid-19, definendo, al contempo, un percorso normativo affidato allo strumento del Dpcm.
La Legge ha così disarticolato il discorso sul quotidiano che si è scoperto sospeso in ogni suo asse; ci si è trovati isolati in casa con un’esposizione alle notizie talmente massiva da far precipitare il collettivo sulla vertigine dell’angoscia. Si è potuto osservarlo già durante la prima settimana di protezione domiciliare dinanzi ai flash- mob musicali che hanno animato i balconi nelle territorialità, fino ad allora disperse, dei quartieri. Questa presunta unione civica tra vicini ha svelato sin da subito il dramma di una rumorosa fragilità perché dei balconi ci si è presto stancati. Da quelle stesse finestre la gente ha iniziato ad affacciarsi e non più per cantare ma per scrutare chi, tra i pedoni, sovvertisse l’ordine della Legge. La fenomenologia del delatore e la ricerca feroce dell’untore hanno così dato spazio, sui principali social network, a gruppi dedicati a segnalazioni di persone fuori casa, con tanto di foto postate a mo’ di vendetta.
Sono casi, questi, che si piazzano al di fuori di qualsiasi circuito dialettico e da lì mostrano la distorsione, in giornate difficili, dell’uso che il singolo fa del proprio linguaggio in relazione al legame sociale che il discorso comune chiama in causa. Ad uscirne malandata è dunque la parola ma anche il corpo che quella parola produce: viene da domandarsi, di fatto, come si piazzano su questo orizzonte i corpi?
Da un lato si assiste ai corpi malati, quelli inanimati, quelli senza respiro degli ospedali e dall’altro ai corpi viventi, quelli animati, quelli con respiro delle case. La separazione simbolica tra gli uni e gli altri però si sfuma, si attorciglia, si annoda. E allora il corpo vivo, fintanto che è vivo e si toglie dalla posizione clinomaniacale e si muove per strada per andare a fare la spesa, per andare al lavoro (seppur la percentuale si sia ridotta grazie alla modalità dello smart-working), per andare in farmacia o semplicemente per muoversi entro i 200 metri della propria libertà, allora è un corpo da oltraggiare, da dileggiare.
Riprendendo il pensiero di Aulagnier (5) , se il corpo tende a diventare il rappresentante dell’Altro e del suo potere, allora la relazione non è più tra due soggetti, ma tra il soggetto e il suo corpo. Si realizza così un vissuto persecutorio la cui posta in gioco è una lotta per vedere riconosciuto il diritto ad esistere (sia per chi minaccia sia per chi viene minacciato).
Forse per questo ad un tratto il linguaggio giornalistico e politico ha iniziato ad assumere connotazioni funeste e “belligeranti”: trattare una malattia come fosse una guerra è assai pernicioso perché rende implicita una obbedienza radicale asservita ad un regime di comando. Benasayag, a tal proposito, ha sottolineato quanto l’epidemia- nel suo stato eccezionale di sottomissione dei cittadini per propria stessamvolontà- rappresenti di fatto il sogno di ogni tiranno (6) .
Il linguaggio militaresco, però, strappa ogni tessuto democratico, rende ampia l’accettazione di compromessi al ribasso sui diritti e non aiuta ad abbracciare l’estrema complessità delle implicazioni del Covid-19. Trattare una malattia come una guerra, nella mera divisione categoriale di dicotomie quali amico/nemico, sano/malato, fedele/disertore, restringe l’apertura dello sguardo sui temi della solidarietà, della tutela e della cura dall’altro e disumanizza la morte fino a spossessarla (si pensi all’orrore che continua ad accadere, nonostante l’epidemia, al confine tra Siria e Grecia e nella striscia di Gaza). Se la guerra destoricizza i corpi, l’epidemia impone una logica con l’alterità che invece include un ritorno sulla memoria del soma nei termini di dialogo e accettazione.
L’età media dei pazienti deceduti e positivi a Covid-19 in Italia è di circa 80 anni (7) . Anche rispetto a questo, le espressioni “ha vissuto a lungo” oppure” aveva già raggiunto l’età per morire”, come se la morte fosse un evento più tollerabile in vecchiaia, riguardano prevalentemente gli aspetti consci e non quelli inconsci di tale problema. Quando la durezza della realtà è negata invece che trasformata in fantasie difensive e consolatorie si passa così ad un livello mutilante che impoverisce la libera espressione della paura esponendo con forza il soggetto all’angoscia (8) .
In realtà, assistiamo inermi alla lacerazione del tempo del lutto e alla sua elaborazione che è stata destituita dal suo valore rituale: nessuna visita di familiari nei reparti, divieto di celebrazioni funebri, scomparsa improvvisa delle salme. Un modo per elaborare il lutto, ricorda Derrida, consiste nel tentativo di ontologizzare i resti, di renderli presenti, in primo luogo di identificare le spoglie (9) . Tutto questo solleva la questione dell’eredità degli affetti e della sua inscrizione interrotta nel rapporto intimo con la sofferenza.
Occorrerà riflettere anche su questo, su come cioè la partecipazione alla morte sia stato affidata al digitale (si pensi solo all’esistenza di funerali in streaming) e su quali tracce questo lascerà non solo nei soggetti che lo hanno esperito ma anche, più trasversalmente, nel collettivo (10) .
Il riferimento che Daniela- mia omonima con la quale condivido stessa professione e stessa sensibilità- fa circa “i sommersi e i salvati” gioca la partita del pensiero proprio qui: se gli psicoterapeuti solitamente si collocano (o quanto meno ci provano) nella cosiddetta “zona grigia”, aldilà del bene e del male, allora come si fa quando si sta- assieme ai pazienti- nella zona sommersa? Se si sta assieme nella paura che qualche persona amata possa essere colpita dal virus, se si ricerca assieme, nelle geografie domestiche, un luogo per poter proseguire le sedute in forma virtuale, se si testa assieme l’irruzione di un reale collasso economico? Come ripensare tutto questo da un punto di vista psicoanalitico e in che modo si può immaginare “una cura sociale del dopo”?
Temo di non avere al momento risposte né conclusioni e non è, d’altronde, nemmeno negli intenti di questo scritto. Forse tutto potrà essere compreso soltanto a posteriori (après coup), soprattutto nella significazione che l’inconscio di ognuno ne farà. Però qualcosa può avvenire nel durante: rinnovare lo sforzo costante di rimanere testimoni di noi stessi in questo terreno scivoloso di insicurezze e timori. Restaurare vecchie parole e acquisirne delle nuove può costituire l’atto riparativo di un linguaggio e di un ascolto che sia premuroso e umano verso sè e verso l’Altro, stando però cauti a non inciampare nella saturazione difensiva del “tutto andrà bene” che nel tentativo di esorcizzare gli effetti negativi di quanto sta accadendo rappresenta invece il contraccolpo più nocivo alla speranza. Concludo con i versi di Rilke- ché di speranza invece ne contengono molta e di rara bellezza- il quale rivolgendosi ad un giovane poeta, scrisse:
“E allora non deve spaventarsi se davanti a lei sorge una tristezza,
grande quanto non ne ha mai vedute prima;
se una inquietudine, come luce e ombra di nuvole
scivola sulle sue mani e su tutto il suo agire.
Deve pensare che qualcosa accade in lei,
che la vita non l’ha dimenticata,
che la tiene in mano e non la lascerà cadere.”
(11)

Roma 5 aprile 2020

Daniela Lo Tenero Psicologa, psicoterapeuta, membro titolare SIPsA, funzionario COIRAG
Daniela Mallardi Psicologa, psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico

Note
(1) Pelagalli F., https://feliciapelagalli.nova100.ilsole24ore.com/author/feliciapelagalli/
(2) Freud S., Studi sull’isteria 1892-95. In OSF Vol. I. Boringhieri, Torino
(3) Benjamin W., (1986), Parigi Capitale del XIX secolo, Einaudi, Torino.
(4) Sexton A., Le parole, in La zavorra dell’eterno, tr. it. (a cura di) Gamberi C., Crocetti Editore, Milano, 2016
(5) Aulagnier P., (1985) Naissance d’un corps, origine d’une histoire. Rencontre psychanalytique d’Aix en Provence, in McDougall J. et al. (a cura di), Corps et Histoire, Les Belles Lettres, Paris, 1986
(6) Benasayag M., La Complessità ai tempi del Coronavirus, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, videolezione,
https://www.youtube.com/watch?v=a58K2buoZxE, 6 marzo 2020
(7) Istituto Superiore di Sanità, Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a COVID-19 in Italia, Aggiornamento del 30 marzo 2020, https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia
(8) Benvenuti P., Gori G., Angoscia di morte e invecchiamento, in Fossi G. e Benvenuti P., Dolore e angoscia di morte (a cura di), Borla, Roma, 1988
(9)Derrida J., (1991), Gli spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, Raffello Cortina, Milano, 1994
(10) A tal proposito, si suggerisce la lettura del testo di Sisto D., La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino, 2018
(11) Rilke R. M., (1929), Lettere a un giovane poeta, tr. it. (a cura di) Bistolfi M., Mondadori, Milano, 2016

One thought on “ARTICOLO – “Parole-passages. Incontri di scrittura in zona rossa”

  1. giovanna lorusso ha detto:

    mi piace molto e credo che nonostante tutto ci sia sempre un altro modo per attraversare i passages

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