ARTICOLO – “Piaceri e dispiaceri nell’essere in due”

Descrivere le dinamiche della relazione che intercorre tra due coterapeuti ed il gruppo/ coppia non è cosa semplice; la letteratura è scarsa così come lo sono le ricerche relative alle conseguenze dei vari tipi di relazione che si instaurano tra due coterapeuti.

Dagli anni 60 in poi la coterapia è stata considerata utile strumento sia per particolari problematiche , sia per la formazione dei i terapeuti di gruppo.
Dagli anni 50 ad oggi i pochi articoli che riguardano questo argomento sono stati estremamente vari: si passa da quelli dove coppia è composta da un esperto ed un allievo in formazione a quelli di terapeuti sposati o padre e figlio (Solomon e Solomon). Sempre negli anni 60 la coterapia ottiene notevole successo pur non mancando numerose critiche. Secondo alcuni autori (Melhman, Baucon ed Anderson nel 1983) non esiste significativa differenza tra le terapie con un solo terapeuta e quelle con due, mentre per altri è evidente il vantaggio di quest’ultima sia per i terapeuti che per i pazienti.

I vantaggi più riconosciuti (credo che tutti lo sappiano):

  • –  Il paziente ha la possibilità di sviluppare il transfert su entrambi sessi,
  • –  Maggiore libertà nell’esprimere i sentimenti sia negativi che positivi,
  • –  Meno possibilità per il paziente di diventare troppo dipendente Purtroppo anche gli studi approfonditi hanno dimostrato esiti differenti, addirittura contrastanti, in quanto sono mancati i supporti empirici relativi all’esperienza concreta sia tra i 2 psicoterapeuti e tra questi ultimi ed i pazienti. La co-terapia è una scelta precisa sul modo d’impostare l’intervento terapeutico che ha tra i suoi elementi principali la relazione tra i due terapeuti; gli elementi che permettono un buon equilibrio sono: aprirsi all’altro, onestà, comunicare sentimenti e pensieri. La dinamica più comune è quella genitoriale ma può essere anche di altro tipo. Ricordiamo che i co-terapeuti sono modelli di comportamento di coppia tra pari che aiutano il gruppo a superare dinamiche inconsce spesso ostacolate dalla mancanza di una chiara percezione di se e dell’altro.

Nei miei molti anni di lavoro come psicodrammatista ho incontrato successi e fallimenti: descriverò due esperienze vissute durante 30 anni nel mio lavoro: la prima agli inizi, l’altra dopo circa 28 anni.

Nel primo caso un mio collega (che non conoscevo bene) ed io eravamo coterapeuti in un gruppo di psicodramma analitico. Il gruppo era composto da 8 pazienti di età post adolescenziale e giovani adulti. All’inizio ci trovammo molto bene ma ben presto i silenzi del collega e lo scarso interesse che aveva nel comunicare con me qualcosa che fosse altro oltre le problematiche del gruppo, per esempio maggiore conoscenza tra noi due sia dal punto di vista teorico che pratico, crearono in me un’incertezza; durante le sedute egli si esprimeva con assunti teorici a me distanti e con i quali non ci eravamo mai confrontati. Alle mie domande su alcune realtà che non condividevamo rispondeva sempre con un : Va bene, va bene quando abbiamo tempo ne parliamo. Naturalmente non aveva mai tempo. Il nostro gruppo non durò molto, il non detto della coppia terapeutica, le distanze teoriche mai discusse portarono lentamente ad una mancanza di dialogo nel gruppo stesso e ad una assenza di apertura tra i pazienti ed i coterapeuti.

Il nostro modello terapeutico infatti non funzionava, i pazienti ritenevano di non aver nulla da dire al gruppo ed ai coterapeuti in quanto noi stessi eravamo disfunzionali.

Il transfert del gruppo su due coterapeuti che manifestano una forte incomunicabilità non solo veicola sensazioni di inaffidabilità tra i partecipanti ed i terapeuti stessi, ma aumenta l’aggressività proprio durante la rappresentazione psicodrammatica. L’aggressività era mascherata da grandi silenzi .

Purtroppo le mie deboli sollecitazioni al dialogo e le assolutistiche interpretazioni del collega non permisero di mantenere connessi, come ci dice Kaes, i tre livelli di lettura: il livello individuale soggettivo, quello intersoggettivo delle interazioni tra i partecipanti, quello del gruppo in quanto totalità. Egli ritiene che la nozione di gruppalità psichica può spiegare l’organizzazione dello psichico: cioè l’attività di raggruppamento/de-raggruppamento della psiche all’interno della psiche stessa è l’ attività che trasforma e interpreta i materiali proprio della realtà psichica, stimola delle alleanze, delle tensioni e delle rotture; essa genera dei compromessi e delle mediazioni, produce dei rappresentanti, dei delegati, delle rappresentazioni del soggetto e della sua attività psichica. Vi potrebbe essere un quarto elemento, determinato dalla presenza di due psicoterapeuti che da una parte può agire come aiuto ed arricchimento, dall’altra come disgregazione delle relazioni. .

In altre parole, Kaës cerca di considerare le dinamiche psichiche specifiche che originano in un contesto gruppale senza perdere di vista le dinamiche individuali dei partecipanti; ciò che non si deve perdere di vista ma anzi approfondire, data la scarsa letteratura, è proprio la costruzione di un altro spazio psichico relativo alle dinamiche tra coterapeuti.

Sempre Kaes quando parla di gruppalità psichica si riferisce all’idea che la psiche è strutturalmente organizzata come un gruppo: una rappresentazione dell’inconscio, che associa i suoi elementi, li collega li differenzia, trasforma e organizza in insiemi di complessità variabile, ma anche li dissocia, o li riduce ad una massa compatta e indifferenziata; un ulteriore livello è la lettura del transfert terapeuta- terapeuta e quello del gruppo come totalità.

Ritornando alla mia lontana esperienza di psicodramma, il transfert negativo creatosi nelle sedute di psicodramma non avendo avuto parola si è cristallizzato in sedute rabbiose e silenziose: Rabbia perché il linguaggio inconscio non aveva spazi di espressione.

Il gruppo si sciolse dopo pochi mesi e per lungo tempo elaborai questo fallimento.

Come era auspicabile, dopo l’impossibilità di conoscere profondamente il collega sia nel campo teorico che nelle sue esperienze di vita, avrei dovuto proporre incontri che al di là delle tematiche dei pazienti potessero portare ad una conoscenza maggiore tra di noi.

Non lo feci,!!! in seguito questo fallimento mi ha spinto a dialogare sempre prima e dopo le sedute.

Dopo Anni venni a sapere che Alberto, il mio ex co- terapeuta, nella sua vita aveva avuto una lunga storia di preclusione del linguaggio sia nell’età INFANTILE che nell’adolescenza, era infatti vissuto in un contesto famigliare dove non era permessa alcuna manifestazione verbale delle emozioni, sia da parte del padre che dalla madre.

La nostra comunicazione disfunzionale ha creato effetti negativi principalmente perché non si è potuto o voluto riconoscere le problematiche che si andavano formando abbastanza rapidamente tra i due terapeuti e tra questi ultimi ed i pazienti.

Un aforismo zen dice : Nei momenti difficili usiamo uno specchio, troveremo sia la causa sia la soluzione.

Probabilmente nella mia posizione di giovane terapeuta mi guardavo allo specchio ma negavo una visione più profonda della dinamica della coppia, negazione che ha influenzato fin dall’inizio l’intero percorso delle sedute. Ciò che doveva essere visto è stato negato.

Da questo fallimento sono emersi due elementi importanti, che andrebbero dovuto essere maggiormente esaminati, e riguardano il lavoro dei coterapeuti nei gruppi; il primo è la negazione come meccanismo di difesa nel confronto con la verità dell’altro in una dinamica di ruoli paritari, il secondo l’impossibilità di contenere emozioni primitive non del tutto superate.

Ho incontrato queste realtà sia nella mia formazione che nel lavoro con i pazienti, ma la coterapia presuppone un’altra elaborazione: un accordo esplicito o implicito sulle dinamiche che risulta abbastanza semplice quanto si ha lo stesso iter formativo ma conflittuale quando troppo diverso.

Le differenti visioni spesso determinano una certa arroganza, alcune volte causa di risposte inadeguate nella coppia ed origina nel singolo un certo tipo di regressione che si manifesta nel confronto con il rappresentante dell’altra parte di se: il coterapeuta.

Veniamo così al fantasma, una sorta di fissazione che investe i piani del linguaggio e genera una profonda regressione.
Miller ha lavorato e approfondito questo punto: Il fantasma è fonte di disagi, può generare vergogna ma non nuoce, dato che la manifestazione del fantasma consiste nella confessione, come si osserva nello lavoro di Freud “non ne so di più (un bambino viene picchiato Freud, 1919, p.243); la paura e la vergogna di tutto questo porta a regressioni a stadi primitivi ma è anche il primo passo verso una possibile evoluzione delle problematiche psichiche.

Carlo Maria Martini affermava che la sincerità è fondamento della vita, infatti la morte del gruppo fu determinata dalla menzogna e dalla vergogna, almeno per quel che mi riguarda. Menzogna perché negavo la gravità di ciò che accadeva e la vergogna per aver mentito. Possiamo dire che più che coterapeuti eravamo 2 personaggi in cerca di autore?

Il secondo caso riguarda la relazione quasi trentennale con il mio compagno di psicodramma. Lo chiamo compagno perché la nostra storia è una storia di piacevole compagnia lavorativa. Fin dall’inizio della collaborazione ci siamo trovati molto bene: non aderivamo all’input “sii perfetto” ma analizzando i nostri errori cercavano di essere sufficientemente buoni psicoterapeuti. Molte furono le vicende positive che ci hanno accompagnato in questi anni, poche quelle negative, in particolare la prima riguarda una seduta in cui la mia animazione mancava di attenzione: invece di ascoltare parlavo nel timore di dovermi fermare ed approfondire quanto avveniva nella seduta. Prima della lettura dell’osservazione avvertii che tutto era rimasto immutato, nessun significante era stato elaborato, nessun intervento aveva suscitato riflessioni e domande nel gruppo. L’osservazione evidenziò in maniera precisa e puntuale il lavoro svolto dai pazienti e restituì, cosa che io non avevo fatto, elementi che riguardavano la mia animazione sotto un profilo più positivo. Non mi soffermo sulla descrizione dei particolari ma è stato un momento di aiuto e sostegno.

Al di là del piacere di lavorare in armonia, tra i due psicoterapeuti possono manifestarsi alcuni processi di accomodamento e nello stesso tempo di stasi lavorativa.
Infatti in una seduta di psicodramma la mia osservazione era stata molto simile all’animazione del collega, nessuna differenziazione da quanto era stato evidenziato verbalmente dall’animatore.

Purtroppo la sordità dell’osservatore che si faceva cullare dalla sensazione di armonia nel gruppo non permise di elaborare il vero problema che riguardava tutti i pazienti: il problema era Caino. Tutti volevano essere il desiderio della coppia che, in quanto significante di una ideale genitorialità, sollecitava nel paziente la fantasia di essere il preferito e di distruggere simbolicamente gli altri.

L’uguaglianza sia del vissuto lavorativo che di quello familiare aveva reso noi due un’entità unica, mancante però di quella diversità che stimola domande, curiosità ed arricchimento. Ne parlammo lungamente dopo la seduta al fine di indagare “l’inciampo” della coppia.

Questa breve e semplice disamina delle dinamiche che si creano in una coppia di psicoterapeuti, avrebbe bisogno di maggiori studi proprio partendo non solo dalla teoria ma dalla prassi del nostro lavoro ed esaminare in profondità ciò che accade tra il modello di relazione nei pari (cioè 2 terapeuti) e lo spazio del 4 elemento dell’attività psichica generato da queste interazioni.

Come sopra accennato il 4 elemento dello spazio psichico riguarda la creazione di un’attività di relazioni di transfert e controtransfert segnati dalla presenza del 2 invece che dell’uno e dalla scissione del soggetto considerato il supposto sapere in due entità ben distinte.

Per concludere, i pazienti osservano la coppia ma non sempre riescono a parlare delle loro emozioni, timorosi forse che, come Caino, possano uccidere gli altri.

Stefania Tedaldi
Marzo 2020

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