LIBRO – “Racconti in cammino. Adolescenti, studenti e migranti: percorsi di narrazione e soggettività”

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La SIPsA è felice di presentare il nuovo libro a cura di Cinzia Carnvali, Laura Ravaioli e Sonia Saponi dal titolo:

“Racconti in cammino. Adolescenti, studenti e migranti: percorsi di narrazione e soggettività”

Recensione al testo “Racconti in cammino. Adolescenti studenti e migranti: percorsi di narrazione e soggettività. Cinzia Carnevali, Laura Ravaioli e Sonia Saponi (a cura di). Pendragon edizioni, 2023. di Roberta Biolcati

Tre anni fa ho preso con me un cane di origine africana, gli ho dato il nome di un grande esponente del movimento anti-apartheid, Biko, per rispettarne le origini, forse, o perché suonava bene, non saprei. Avevo letto di lui nei pochi libri circolanti, per lo più in lingua inglese (in Inghilterra era stato importato da un centinaio di anni); sapevo che era un cane “sfidante” e, proprio per questo, nel tempo deprivato e annoiato del lockdown, mi sembrava una scelta appassionante. Lo volevo “diverso” dagli altri cani avuti sino a lì, principalmente meticci “autoctoni”, mi dicevo, ma, nei tre anni che l’ho avuto con me, non ho fatto altro che tentare con ogni mezzo, dal pasticcino all’educatore cinofilo, di piegarlo a quello che, nella mia esperienza precedente di proprietaria di cani, e nella mia cultura e comunità – si passeggia col cane, tutti possono accarezzare il cane, ci si fa obbedire dal proprio cane, ci si fa coccolare dal proprio cane – era il modo giusto per stare accanto ad un cane. Il mio/nostro modo di stare con il cane, non era però il suo modo di stare con noi, infatti credo di avere fallito in questo tentativo, non di accoglienza ma di “inculturazione”.
Mai avrei pensato di iniziare la recensione del testo scritto e curato dalle colleghe Cinzia Carnevali, Laura Ravaioli e Sonia Saponi, con i suoi ricchi contributi, con queste associazioni rudimentali, casalinghe e personali. Eppure è così, su questo mi ha fatto riflettere il libro a fine lettura, attraverso i sui cenni al perturbante, all’inconoscibile, all’opacità del diverso; questo cane rappresenta per me davvero “il diverso”, lo “straniero”: non abbaia, non scodinzola, non obbedisce ma fissa negli occhi, ti sfida, caccia l’invisibile e la maggior parte del tempo ti ignora come un gatto. Quotidianamente mi impegno a tentare di “includerlo” e “integrarlo” nella mia famiglia ma, al tempo stesso, mi spaventa perché sfugge ad ogni mio tentativo di cambiarlo, di indottrinarlo, di piegarlo a semplici (per me) logiche di convivenza. I libri mi avevano avvertito che era un cane “primitivo”, ma la fascinazione e la sfida avevano superato la paura e l’agio della scelta. È pur vero che è sempre un cane e, pertanto, condivide elementi di universalità con gli altri cani del mondo, ma è anche profondamento diverso e, per me, mai del tutto conoscibile e incasellabile in categorie rassicuranti; un tentativo di dare una svolta alla nostra relazione è stato quello di iniziare ad osservarlo, tentare di capirlo e smettere di volerlo come in fondo avrei voluto che fosse, simile agli altri.


Spero non suoni irriverente partire da un cane per parlare di un testo che ha richiesto l’impegno e il lavoro di anni e che affronta il tema delle progettazioni con adolescenti studenti e migranti; un testo che parla di incontri, di relazioni, di fatiche, di viaggi e sentieri evolutivi difficili, che tratta di gruppi che accolgono e cercano soluzioni creative per co-esistere e con-dividere. Al tempo stesso penso che un testo meriti di essere letto proprio quando dice “a noi qualcosa di noi”, qualcosa a cui, prima di leggerlo, non avremmo prestato attenzione, quando ci permette di associare liberamente e trarne un senso che sia significativo per la nostra vita ordinaria. Questo è un merito del testo, a mio avviso, il suo essere un contributo prezioso al fare cultura dell’accoglienza, nel senso non ideologico del termine.
Un altro merito che ci tengo a riconoscere e che si evidenzia nel testo è il coraggio delle tante progettazioni nel sociale, la capacità di favorire spazi e dispositivi di incontro e scambio in cui aiutare gli adolescenti in difficoltà a narrarsi e a riflettere su di sé, in cui tentare piccole definizioni identitarie, quando il rischio potente di questa età, come sottolineato, è la “fuga dal simbolico”, lo scivolamento nel concretismo che uccide il simbolo, questione che rappresenta una sfida per la psicoanalisi e anche per la società tutta. In un passaggio, il testo dice “l’adolescente pensa di non provare commozione, di non sentirsi triste, di non sentire niente, negando le emozioni. Qualcosa che potremmo descrivere come una forza contraria, si oppone al fatto che l’adolescente faccia delle esperienze emotive”, ed è proprio a questa evidenza che sembrano opporsi i dispositivi di accoglienza e cura che vengono raccontati nei vari contributi del libro. Esso mette “in connessione due mondi così apparentemente diversi, quello degli adolescenti che frequentano le scuole superiori e quello delle persone che sono migrate dai loro paesi di origine e che vivono all’interno dei progetti di accoglienza, che tuttavia si incontrano nella fluidità e nell’impossibilità di dare una forma definita alla propria identità. È proprio su questo terreno comune che viene reso possibile lo scambio e l’incontro”.
I solchi tracciati dalle diverse autrici parlano quindi di possibilità, di idee creative per non abdicare ad agire con soluzioni progettuali pensate per avvicinare, con rispetto, altri sconosciuti, migranti, rifugiati e adolescenti in transito, tutti in viaggio alla ricerca di luoghi identitari significanti.
Le narrazioni di storie degli adolescenti, studenti e migranti, concatenate nella babele di lingue diverse, così come i differenti mediatori dei racconti utilizzati, a tratti, fanno commuovere, ma, al tempo stesso, ci portano ad ammettere che lo straniero spaventa tutti noi, anche chi se ne occupa per scelta; un po’ ci appare rassicurante l’idea di poterlo avvicinare ai nostri metodi e strumenti, l’ascolto psicoanalitico, il gioco psicodrammatico, per poi ammettere che i nostri metodi e strumenti a loro volta ne escono cambiati.
Nell’andare per gruppi tra i diversi capitoli, i metodi di cura elettivi sembrano riunirsi intorno a tre parole principali: l’osservazione, l’ascolto e il gioco. Gli elementi mediatori utilizzati sono i più variegati, dalla canzone “Le mie mille me” di Levante, alle immagini, ai disegni, come a testimoniare lo sforzo continuo di costruire ponti di transito tra culture, ma anche tra generazioni. L’originalità del testo sta nell’impegno, quindi, di usare uno sguardo noto, la psicoanalisi, in contesti ignoti, attraverso la musica, le forme d’arte, il teatro, il ballo per provare a raggiungere
una generazione vulnerabile, talvolta inaccessibile e spesso violata.
Parlando di migrazioni, trovo convincente il fatto che, citando parte del testo, “anziché cercare di fornire risposte individuali a sofferenze create da dimensioni collettive, è indispensabile cercare strumenti e alleanze (aggiungerei collettive, come il gruppo) che riportino le persone nel mondo, che restituiscano loro la possibilità di raccontare la propria storia”. È necessario, quindi, far dialogare aspetti intrapsichici, interpersonali, ma anche sociali e culturali.
Infine, provando ad “ascoltando il libro” come se fosse un gruppo, credo che un fil rouge rintracciabile possa essere ben espresso dalle parole del fotografo Steve McCurry che vengono riportate nel testo; egli viaggiando ha documentato la vita e i volti di tante persone diverse. “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.
Ancora una volta ci troviamo in bilico, quindi, tra universalismo e riconoscimento della diversità reale, come all’inizio, con il cane. Entrambe le dimensioni sono ben presenti e la delicatezza del lavoro di cura del sociale sta nel non ricadere né in un polo né nell’altro. Riverbera, sul finire del testo, infatti, un rischio sotteso: come fornire sostegno senza accentuare il senso di dipendenza di chi si trova già in una condizione di dipendenza concreta e come riuscire a fare un po’ il lutto dell’ideale e di una dimensione di cura intesa come solo accoglienza. Ci lasciamo quindi con questo interrogativo: come fare gli equilibristi tra una accoglienza universale forse rischiosamente “inculturante” e il riconoscimento di una diversità innegabile che nasconde l’insidia di un possibile rifiuto.