RIVISTA – Sulla Rappresentazione

Questo che mi accingo a presentare è un numero della rivista «Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico» un po’ particolare.

Particolare per vari motivi: perché esce contemporaneamente alla pubblicazione dell’edizione italiana del libro di Serge Gaudé sulla rappresentazione, che per il mondo dello psicodramma analitico è un’opera di grande significato, sia dal punto di vista teorico, sia da quello clinico. Inoltre un altro motivo di attenzione è dato dal fatto che questo numero uscirà appena poco prima del Convegno nazionale della SIPsA dedicato, appunto, al tema della rappresentazione, fungendo quindi da “introduzione” al convegno stesso.
L’intenzione è quella di comporre, a partire da una visione frontale, tipica dell’esperienza di realtà, una visione più “sferica” e comprensiva dei diversi significati con cui si può declinare il termine rappresentazione.
Nelle nostre sedute di psicodramma, dai singoli discorsi, portatori di un unico punto di vista, si delinea gradualmente una composizione corale in cui ognuno porta nel gruppo qualcosa di sé, lo mette in gioco, per raggiungere una migliore conoscenza di sé e delle proprie questioni soggettive. Analogamente, nella nostra rivista ogni relatore ha contribuito con la propria esperienza e relative riflessioni a comporre un volume che, ritengo, porti un contributo prezioso ai lavori del futuro Convegno e non solo.
La ricchezza e la varietà dei contributi dei colleghi ci fa guardare al futuro dello psicodramma con ottimismo, per quanto riguarda gli aspetti puramente clinici, confermandosi lo psicodramma un dispositivo dalle potenzialità incredibili. Al tempo stesso tale ricchezza ci pone anche una responsabilità, in quanto tenendo conto del difficile contesto sociale in cui si opera quotidianamente, noi tutti dovremmo sentire il dovere etico di difendere in ogni sede questa nostra “creatura” dai rischi di contaminazioni che ne snaturerebbero l’efficacia e la originalità.

L’esperienza ci mostra che l’“inquadramento” della “realtà” ha tutte le caratteristiche immaginarie di una visione frontale; definiamo così la visione di un occhio che sia spettatore e al tempo stesso apparato di proiezione di un’immagine su uno schermo posto di fronte.
Un tale inquadramento non può che riferirsi all’individuo in senso proprio, cioè a un soggetto non diviso e più in particolare all’istanza dell’Io costitutiva di un misconoscimento della posizione soggettiva cui essa si sostituisce immancabilmente. Qui entra in gioco la nostra pratica della rappresentazione, che giunge dopo una circolazione della parola tra le persone presenti. E’ poco frequente, per noi, metterein gioco direttamente, ad inizio seduta per esempio, l’evocazione verbale di un momentovissuto. La ragione di questo, desunta dall’esperienza, trova anche conferma nella dottrina.

La sfida dello psicodrammatista consiste nel raccogliere il “guanto della sfida” e considerare questa presentazione come un quadro futuro, ossia, con le parole di Lacan, come «la funzione in cui il soggetto deve ritrovarsi come tale». Da qui il suo inserimento successivo in un discorso nello spazio di una rappresentazione giocata, dove la questione del soggetto dovrà trovare il suo posto, lontano da quello dell’Io, che tuttavia è presente come riflesso nello specchio.
Che l’espressione della parola del soggetto avvenga in uno spazio di rappresentazione anche condiviso (vale a dire che questa posta sia sottratta all’Io del partecipante agli scambi di gruppo) ci sembra un’operazione che va nello stesso senso, e che produce effetti comparabili a quelli provocati dalla celebre ingiunzione fatta aFreud da una delle sue prime pazienti, che trattava con la suggestione verbale:
«Mi lasci parlare».

La paziente, grazie all’ assenso del giovane medico ed al silenzio che osservò da quel momento, inaugurò lo spazio della cura attraverso la parola. Far uscire chi ha parlato dal cerchio dei partecipanti, aprirgli uno spazio di rappresentazione,significa sottrarlo, per quel lasso di tempo, alla suggestione ed al circuito degli scambi: significa, di fatto, imporre all’uditorio il silenzio e l’astensione,come risposta alla richiesta del partecipante: “Fatemi dire, fatemi mostrare”.
A partire da quest’ultima caratteristica e secondo le proprietà del suo spazio, l’io può essere descritto come, figura topologica che illustra bene una separazione,una una sfera frattura tra un dentro ed un fuori e, al centro, la sostanza di ciò che sarebbe l’essere dell’io e che si irradia. Questa descrizione si adegua perfettamente a ciò chechiamiamo egocentrismo: la sfera deriva dalla rotazione circolare di un occhio postoin posizione regale, cioè centrale, che perlustra la scena del mondo e la tiene sotto ilsuo sguardo. L’Ego si mantiene così ad una distanza uguale dalle rappresentazioni e dalle immagini che la sua visione pur tuttavia taglia.
Questo dà la misura dell’onnipresenza del nostro io in ogni situazione in cui all’inizio la visione viene sollecitata. Poiché il nostro dispositivo richiede uno spiegamento visuale per la rappresentazione di una scena vissuta, non possiamo ignorare questa difficoltà.

Mi auguro che questa sia una occasione doppia, quella della rivista e quella del libro appena tradotto di uno dei maestri dello psicodramma, per dare slancio nuovo e forte a questa nostra pratica che ci permette di lavorare con passione raggiungendo traguardi importanti per la clinica ed ora, un po’ di più, anche per la teoria psicoanalitica.

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Anno 7, N. 1-2. Ottobre 2015

Sulla rappresentazione

Per visualizzare o scaricare la rivista cliccare sul seguente link:
www.sipsarivista.it

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